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Quanto conta la tessera di un mosaico?

La storia di Musivum, la selezione di cru che valorizza il gioco di squadra

La piccola singola tessera di un mosaico può sembrare insignificante, non indispensabile, se considerata per sé. Eppure se questo principio venisse applicato a tutte le piccole tessere non esisterebbe l’intero mosaico, non ci sarebbe arte, nè bellezza da ammirare. Quanto conta quindi una tessera, un elemento, un particolare? 

  1. Piccolo è bello, grande è commerciale?
  2. Musivum, un omaggio alle tessere del vigneto mosaico
  3. Mirta e il suo vigneto secolare di Teroldego
  4. Le comunità locali custodi del senso di appartenenza
  5. Intervista al direttore enologo Fabio Toscana 
  6. L’agronomo e il cambiamento climatico
  7. Le suggestioni dei miei assaggi

Piccolo è bello, grande è commerciale?

Me lo sono chiesta quando ho iniziato ad indagare la storia del progetto Musivum della cantina Mezzacorona in Trentino. Musivum significa appunto mosaico e la cantina è quello che a prima vista si definirebbe un colosso del comparto vinicolo Trentino con i suoi 1600 soci e oltre 2800 ettari vitati. Un gruppo che comprende anche Rotari, Tolloy e Feudo Arancio e che ha raggiunto nel 2021 il record di fatturato di quasi 197 milioni di euro, esportando oltre l’80 per cento di ciò che produce in ben 65 Paesi esteri. 

Cooperative di tali dimensioni sono spesso giudicate sulla base dei numeri e non dell’effettivo qualità dei vini, secondo il pregiudizio della quantità versus qualità. Si prende quindi in considerazione il grande disegno, senza avvicinarsi abbastanza per capire se e con quale dovizia e attenzione sono scelte e trattate le singole tessere… si tende a considerare queste cantine “commerciali” come se l’aggettivo fosse di per sé negativo, anziché semplicemente indice di sostenibilità economica. Non vi nascondo che molti colleghi professionisti ne snobbano i vini a prescindere, come se portassero una lettera scarlatta in etichetta che li destinasse solo a chi di vino non capisce niente. 

Grazie al cielo e alla meraviglia della vita, la realtà è la verità raramente sono così semplicistiche. Ed è il caso anche di Mezzacorona, come di altre grandi cooperative che ho visitato in tutta Italia e di cui racconto con fierezza nei miei libri come esempi di aziende con un ruolo sociale e ambientale determinante per certe zone rurali nella conservazione di tradizioni e paesaggio. 

Musivum, un omaggio alle tessere del vigneto mosaico 

Mezzacorona per esempio ha deciso di dedicare una linea di boutique wines, Musivum, agli appezzamenti migliori, ai suoi cru, a quelle vigne speciali di ogni varietà autoctona che vengono coltivate con cura da quaranta dei loro conferitori, spesso da decenni o addirittura secoli. 

Consideriamo che i singoli viticoltori proprietari di appezzamento molto piccoli, a volte meno di un ettaro, non avrebbero mai avuto la forza economica, le tecnologie, l’esperienza di un team di professionisti per valorizzare con una linea dedicata le loro eccezionali uve. Molti di loro probabilmente, se non conferissero i frutti a Mezzacorona, lascerebbero i vigneti incolti o li estirperebbero perdendo così un patrimonio paesaggistico e ambientale unico e raro. 

Il lavoro di Mezzacorona così come di altre cooperative illuminate è di scegliere con cura queste tessere del mosaico, pulirle per bene e saperle posizionare là dove concorrono al disegno di insieme, alla bellezza del quadro. 

Ho voluto incontrare qualcuna di queste “tessere” per capire anche se questo sentimento di appartenere a un disegno più grande fosse condiviso dai viticoltori o magari solo una mia congettura romantica. Mi sono chiesta: com’è lavorare tutto l’anno e poi vedere le proprie uve finire in un blend insieme ad altre? Non è forse un po’ svilente? 

Mirta e il suo vigneto secolare di Teroldego

L’ho chiesto a Mirta Menestrina, anni 76, proprietaria di due ettari e mezzo di Teroldego in una delle zona migliori della piana Rotaliana, chiamata zona Rauti, ne è nata una conversazione sublime sull’orgoglio di appartenere a una squadra, a un territorio fatto soprattutto di persone e di legami sociali. “Abbiamo fotografie del 1906 che ritraggono mio papà bambino, insieme ai miei nonni, mentre vendemmiavano. Nelle mie memorie, nella mia infanzia, questa vigna c’è sempre stata, fa parte della famiglia. Avevamo un rustico vicino alla casa con una piccola cantina dove lavoravamo anche le uve dei contadini vicini, producendo il vino artigianale. Poi negli anni 80 siamo entrati in Mezzacorona, anche perché nessuno di noi si è dedicato esclusivamente alla viticoltura con un appezzamento così piccolo”. 

Mirta Menestrina

Le chiedo come ha reagito quando le hanno detto che il suo vigneto era stato selezionato tra i migliori Cru per la linea Musivum: “Sono stata molto orgogliosa, sono molto legata a questa vigna, quando sono lì mi sento rigenerata, la sento come una cosa personale, c’è una tradizione che va avanti e si ripete grazie alla cantina cooperativa… mio nonno diceva “questa campagna è il cuore del Teroldego chi spezza questa tradizione fa sanguinare il cuore”, per noi quindi è una questione importante, di valori e di appartenenza”. 

Le comunità locali custodi del senso di appartenenza 

Queste chiacchierate con i conferitori mi lasciano sempre un grande insegnamento: quanto il gioco di squadra, l’aiuto reciproco e la fiducia siano pilastri fondamentali delle comunità locali. Si tratta di sentimenti che spesso vanno perduti nelle grandi metropoli o dietro agli schermi dei social media. La signora Mirta e i suoi figli a venire potranno continuare a fare qualcosa di tangibile per tenere vivo un ricordo grazie anche al supporto logistico ed economico di un’azienda grande come Mezzacorona. E come lei tantissimi altri viticoltori, famiglie, generazioni. 

Il vigneto di Teroldego, in zona Rauti

Intervista al direttore enologo Fabio Toscana 

Con il capo enologo di Mezzacorona, Fabio Toscana, ho avuto invece una dettagliata conversazione riguardo proprio al progetto Musivum che, dopo oltre 40 anni di carriera in cantina, è anche il coronamento personale del suo lavoro di profonda conoscenza delle uve e degli appezzamenti. 

Fabio Toscana

L’intervista con Fabio Toscana è un episodio del mio podcast e la potete ascoltare integralmente qui: 

Quanto conta la singola tessera di un mosaico? Intervista al capo enologo del gruppo Mezzacorona

Listen to this episode from The Italian Wine Girl on Spotify. In questo episodio vi propongo una bellissima intervista con Fabio Toscana, capo enologo del gruppo Mezzacorona che lavora in azienda da oltre 40 anni e ci racconta come è nata l’idea di un progetto sartoriale, di boutique wines, con etichette numerate a mano e uve super selezionate, all’interno di un’azienda di grandi dimensioni, come appunto il gruppo Mezzacorona.

L’agronomo e il cambiamento climatico 

Un altro tassello importante di questo mosaico è l’esperienza e la competenza dell’agronomo di Mezzacorona Mauro Varner che ho incontrato nella sede trentina del gruppo durante la degustazione della linea Musivum. Con lui il discorso è subito finito sul cambiamento climatico. Mi ha confermato la tendenza all’anticipazione delle vendemmie, dandomi dei dati, specifici sui vigneti Mezzacorona, che mi hanno lasciata davvero senza parole: per la prima parte del ‘900 il periodo della raccolta è rimasto più o meno stabile, variando di qualche giorno o settimana, ma se consideriamo gli ultimi 30 anni la data della vendemmia è stata anticipata di circa un mese. Ora siamo ai primi di settembre come data di inizio per le vigne di Mezzacorona, mentre a inizio secolo, intorno al 1920 si vendemmiava la prima di ottobre. Questo è un processo inesorabile al quale far fronte con nuove tecniche di protezione dei grappoli dal sole e gestione idrica da ripensare. Diciamo che gli agronomi avranno un gran da fare nei prossimi anni per affrontare queste sfide climatiche. 

Mauro Varner

Le suggestioni dei miei assaggi 

I vini della linea Musivum, produzione limitatissima (si parla di qualche migliaio di bottiglia per vitigno) e curatissima (etichette numerate a mano, chiusura con ceralacca anche questa realizzata a mano)  mi hanno particolarmente colpita per la loro espressività e finezza e per il potenziale di invecchiamento. 

Ho assaggiato bianchi davvero portentosi, in grado di migliorare in bottiglia per diversi anni. Trovate i dettegli tecnici e le tipologie a questo link

Tra gli assaggi che ho preferito: 

  • 2016 Pinot Grigio Trentino Doc Superiore : mi ha trasmesso una sensazione di tridimensionalità e di profondità che raramente ho ritrovato in altri vini dello stesso vitigno. Suggestioni di pera matura e di finocchietto, un buon corpo dato dalla parziale fermentazione in legno e dal batonnage. 
  • 2017 Marzemino Trentino Doc Superiore: un vino fresco, speziato, audace. Mi è piaciuto al primo assaggio, non è un vino complesso, ti mette subito a tuo agio, ma lasciandolo respirare nel bicchiere si rivela sempre più intrigante con ricordi di cardamomo, di prugne scure, di marasche e ginepro. L’uva è raccolta in due fasi, sovramatura, parte di essa viene fatta appassire. I due mosti, quello da uve fresche e quello da uve passite vengono assemblati in primavera. Un parte riposa in botti di rovere, il resto in acciaio prima del blend finale. 
  • 2016 Teroldego Rotaliano Doc Superione Riserva: un vino importante, autoritario direi, ma con quella fermezza necessaria e gradevole. Al naso si è rivelato generoso con tanti strati di ricordi per me: dalle mandorle del croccante caldo, alle marmellate di ribes e frutti selvatici di montagna, fino al tabacco e al cuoio. Una parte del vino affina in anfora, ma la maggior parte in botte per circa 14 mesi.  
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