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Gli step per essere resilienti nei fatti. Come una pianta di vite

Molte volte riconosciamo un trauma solo se il suo impatto e’ evidente e concreto: un lutto, una malattia, perdere il lavoro. Ma ci sono tanti piccoli grandi eventi traumatici che la nostra mente registra ogni giorno e che tira fuori sotto forma di ansia, di paura, di ossessione quando meno ce lo aspettiamo. 

In questi giorni il nostro cervello e’ sottoposto a piccoli grandi traumi costantemente: anche se non siamo stati direttamente colpiti dal Coronavirus, anche se i nostri familiari stanno bene, anche se per il momento non abbiamo subito perdite evidenti, essere testimoni del dolore, della sofferenza collettiva, alimenta la paura che si insinua in ogni cellula del nostro corpo, proprio come farebbe il virus. Temiamo per la nostra salute, per la nostra sicurezza, per il futuro. E nessuno di noi e’ immune: in questi giorni bastano due note dell’inno di Mameli per farmi scendere le lacrime, un’immagine della mia città occupata da militari e una distesa di bare per farmi singhiozzare copiosamente, il messaggio di un’amica per farmi venire la pelle d’oca. L’umore e’ sulle montagne russe, sale e scende, l’impotenza, il senso di inutilità’ fanno a botte con la tenacia e la volontà di guardare il lato positivo. Siamo sulla stessa barca. 

Per me non sono sensazioni nuove: nella mia vita mi sono ritrovata a provare questi sentimenti per una serie di circostanze che hanno azzerato la mia vita. Perso il lavoro, persi i risparmi, con un marito profondamente ferito nell’anima e nella concretezza da un’ingiustizia, senza prospettive alcune per il futuro. La scelta di andarsene all’estero, aggiungendo alla lista dei “senza” anche il senza famiglia, senza amici, senza sicurezze alcune. Quello che voglio condividere con voi e’ che c’e’ una bella notizia: si sopravvive, si cambia, si evolve e si può tornare più forti di prima

Basta imparare dalla pianta della vite: piu’ lotta per sopravvivere, in condizioni ambientali avverse, sotto stress idrico o per la vicinanza di altre piante “concorrenti”, piu’ da frutti incredibili e di qualità che daranno vita a vini eccezionali. Se facciamo si’ che la nostra mente sia il nostro alleato e non il nostro nemico, possiamo essere come come piante di vite: duri a morire, resilienti, fruttuosi anche in tempi di carestia.  

Ecco il mio personale metodo per le situazioni di emergenza, quello che mi ha aiutato a capovolgere una tragedia in un’opportunità e in un motivo di crescita. Con questo Coronavirus mi ritrovo anche io di nuovo al punto di partenza (la mia azienda e’ in rosso, la mia città natale sotto assedio, i successi professionali in stand by e forse cancellati, i partenti e gli amici a rischio di vita…), ma con la consapevolezza di avere tutte le armi per vincere questa battaglia, e ce le avete anche voi. Dentro di voi. 

Essere resilienti. Nei fatti. 

  1. I fatti non sono giusti o ingiusti. Sono fatti. La giustizia non e’ un metro di misura delle cose che accadono, e’ qualcosa che noi attribuiamo agli eventi e che non aiuta a considerarli per quello che sono e a superarli. E’ inutile continuare a rimuginare su quanto e’ brutta e cattiva l’Unione Europe, su quanto sia ingiusto che l’Italia venga lasciata sola in questa emergenza, eccetera. Prendiamo coscienza di quanto avviene e cerchiamo di astrarci, di non attribuire considerazioni morali ai fatti che non possiamo cambiare. 
  2. Non e’ una cosa personale, non siamo il centro del mondo. Pensare “perché proprio a me”, “perché proprio adesso, in questo momento della mia vita in cui tutto andava a gonfie vele” (credetemi, questo e’ il mio lamento preferito, soprattutto dopo aver superato già uno stravolgimento di vita ed essere pronta ora a lasciare andare la modalità “survivor”, ma ecco, arriva la pandemia e si riparte con la rivoluzione!). Questo atteggiamento ci fa ricoprire il ruolo di vittima e ci fa finire in un circolo vizioso di commiserazione che non porta a nulla se non all’ingigantire i pensieri negativi. 
  3. Tutto scorre, niente e’ permanente. E’ inutile focalizzarsi troppo sulle “sfighe” di oggi, dobbiamo considerare che la vita e’ in continua evoluzione, che ci piaccia o no e noi siamo chiamati ad adattarci. La vita porta ogni giorno nuove risorse, sta a noi coglierle con curiosità, senza giudizio, senza farci appannare la vista dall’oggi che “fa schifo”. La nonna di una mia cara amica produttrice, Elena Fucci, di cui racconto la storia nel mio libro, diceva: “Non può venire più buio di mezzanotte”. Ecco, la luce prima o poi torna. 
  4. Scegliere come orientare il nostro pensiero, guidando la mente attraverso questi tre pilastri:
  •  I NOSTRI VALORI. Trovare un equilibrio tra la nostra unicità (siamo tutti esseri speciali) e l’umiltà di essere parte di un disegno più grande. Saper riconoscere in questo disegno ciò che conta di più per noi e rimanere in contatto con questi valori: la famiglia, gli affetti, il rispetto dell’ambiente, della vita, la solidarietà, ognuno ha la sua scala di valori. Questi vanno perseguiti senza essere messi in discussione, sono i nostri pilastri, il nostro porto sicuro dove tornare sempre. 
  •  LE EMOZIONI. Non giudicare le nostre emozioni, anche quelle negative. Il nostro pianto improvviso, l’attacco di panico, l’ansia: ci hanno cresciuti facendoci pensare che queste siano manifestazioni negative, da combattere, da nascondere. E’ un giudizio etico che ci fa solo provare vergogna di fronte a queste naturali e normali sensazioni. Per superarle invece, per esorcizzarle, l’unico modo e’ guardarle, accoglierle e vederle passare, senza giudicarle. Durante una crisi di pianto osserviamoci in modo amorevole dall’esterno come farebbe una madre con suo figlio e abbracciamoci aspettando che passi. Del tutto inutile tentare di negare l’emozione, di reprimerla, di nasconderla, vergognandocene. Questo non ci rende immuni dal dolore, ma ci aiuta a superarlo più velocemente. 
  •  LA LEGGEREZZA. La persona resiliente riesce a non prendersi sul serio. Riesce a smorzare la pesantezza, il che non vuol dire sentire meno dolore, ma avere la capacita’ di trovare un motivo per sorridere, anche solo per un istante. Un esempio: Eva, la moglie di Leonardo Beconcini, di cui racconto la storia nel libro, di fronte alla notizia di avere un tumore a grappolo (notizia tragica, sconvolgente, un trauma) e’ riuscita a sdrammatizzare con una battuta dicendomi che essendo la moglie di un vignaiolo, non poteva che venirle un tumore a grappolo. Ricorderò per sempre quella conversazione come un grande, immenso esempio di resilienza. 

Non sono una terapista, non sono un medico, sono soltanto una giornalista che ama scrivere, raccontare e condividere. Spero che queste righe possano ispirare anche solo uno di voi in questi momenti bui e tristi, spero di portare un piccolo lumicino nel grigiore dei nostri pensieri, perché io stessa sono la testimonianza vivente che si può e si deve ricominciare

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