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L’importanza di “potare” gli eccessi per tornare a crescere

Ormai siamo a un mese esatto dal totale lockdown dell’intera nazione italiana. Per me che vivo a San Diego sono due settimane, ma anche prima che l’ondata Coronavirus arrivasse ufficialmente oltreoceano avevo deciso di auto isolarmi leggendo le drammatiche notizie italiane e, soprattutto, ascoltando i racconti della mia famiglia a Bergamo. 

Quindi sono trenta giorni che io e te, che leggi ora questo post, lavoriamo in smart working, facciamo ginnastica in casa, ci tagliamo i capelli da soli, impariamo a farci la tinta con risultati disastrosi, risistemiamo i cassetti, tutti, anche quelli del comodino, puliamo ogni angolo della casa, facciamo piu’ volte il cambio degli armadi, ribaltando la disposizione dei cassetti e dei ripiani, tanto da confondere i poveri mariti che gia’ prima non trovavano niente, figuriamoci adesso. Ma non solo, ci imponiamo di essere produttivi, perche’ non siamo in vacanza, quindi pianifichiamo video call di ogni natura e forma, dirette sui social media, conferenze su Zoom, webinar, sistemiamo l’archivio del pc, prepariamo email di presentazione e riagganciamo contatti perduti nel tentativo di “seminare” per il dopo Coronavirus, approfittiamo del tempo libero per frequentare corsi professionali online, leggiamo quel manuale di social media marketing o di personal branding che era rimasto sotto la pila dei libri di self improvement acquistati di impulso, prepariamo tante versioni del nostro curriculum perche’ chi lo sa se avremo ancora un lavoro dopo questa pandemia. Io ho rifatto tre volte il mio sito personale, cambiando ossessivamente i font e la disposizione di testi e foto, ho sistemato tutti i miei profili social, aggiornando le biografie, le foto e le presentazioni, ho messo in ordine i contatti business e potrei proseguire l’elenco a oltranza, ma penso di rendere l’idea della disperazione raccontandovi che ho persino catalogato in ordine alfabetico e cartelle suddivise le email in entrata delle mie cinque caselle di lavoro. 

Ma non e’ ancora abbastanza: non possiamo solo essere produttivi, ci viene detto, non dobbiamo tralasciare la self-care, l’ intrattenimento e la socializzazione e allora via libera a Facetime con la famiglia o le amiche, aperitivi virtuali di gruppo, flash mob di canto, ballo e movida sul pianerottolo, corsi di cucina collettivi, la sagra dei workout da salotto, ho perfino scovato un video su Youtube di un influencer cha ha corso una maratona nel suo appartamento di 70 metri quadrati a Milano, girando in tondo per piu’ di 1690 volte. Seriamente. Sul fronte intrattenimento alzi la mano chi non ha iniziato dieci serie tv contemporaneamente su Netflix confondendo poi personaggi e trame, o creato compulsivamente nuove playlist su Spotify senza un senso logico, rivisto a oltranza film strappalacrime o commedie a seconda degli sbalzi di umore. Tralascio poi i momenti in cui ci facciamo risucchiare dal buco nero dell’informazione e della disinformazione ingoiando numeri su contagi, decessi, storie di eroi quotidiani e proclami politici di ogni sorta: tg, talk shows, social media, in questi giorni sono come sabbie mobili, piu’ ti muovi per cercare qualcosa di sensato intorno a te, piu’ affondi. 

Mi chiedo, quindi, durante la settimana Santa, nei pochi momenti di lucidità che questa quarantena mi sta regalando: ma non e’ che per caso stiamo soffocando sotto una cappa di attività apparentemente innocue, utili o addirittura proficue? Non e’ che ci siamo fatti prendere dall’ansia del tempo libero e tentiamo di riempirlo con questo eccesso di rumore che ci portiamo dentro le nostre case, visto che noi non possiamo piu’ correre a destra e sinistra, ma siamo costretti a stare fermi? Continuiamo forse a vivere alla ricerca dell’approvazione esterna e di cio’ che altri si aspettano da noi sulla base di stereotipi prefissati o meccanismi di imitazione: dobbiamo rimanere in forma, magri, belli, dobbiamo essere produttivi, dobbiamo essere social, dobbiamo essere forti e di buon esempio, dobbiamo esprimere opinioni su tutto e condividerle con il mondo. Tutto positivo, non fraintendetemi, ma a volte sembra quasi che viviamo immersi in un eccesso di stimoli imposto dall’esterno che lasciamo entrare come un turbine nelle nostre case, per paura di fermarci e non fare niente

La verita’, almeno per me, e’ che la cosa piu’ difficile e’ silenziare questo “rumore”, questo sovraccarico di stimoli: ci sono talmente tante cose che vorrei fare con questo tempo improvvisamente libero che mi sento sopraffatta, non mi fermo un secondo, sono alla continua ricerca di attivita’ fattibili in quarantena, in uno stato di perenne allerta e iperattività, come se dovessi giustificare il fatto che la mia vita e’ in stand by, per scongiurare il senso di colpa di non “sfruttare” al massimo questa quarantena. E ho la sensazione di non essere la sola. La mia giornata e’ scandita da una nuova routine fatta di tutto cio’ che ho descritto sopra, condita da momenti di ansia, di tristezza, di relax e di piccole gioie, ma resta ancora una volta troppo poco tempo ed energia per l’unica vera cosa importante: sedersi, chiudere gli occhi e non fare nulla, ma rivolgere il nostro sguardo all’interno, al nostro io profondo e chiedersi: che cosa voglio davvero? Chi sono? Quali sono i miei valori? Perché sto facendo tutto questo? Avessimo chiare queste risposte potremmo affrontare qualsiasi tragedia, qualsiasi pandemia, qualsiasi avversità. Perche’ le risposte a quelle domande sono l’essenziale, sono l’unica arma che abbiamo e che nessuno e niente ci puo’ portare via. Ho provato a farlo in questi giorni: chiamatela meditazione, preghiera o semplicemente dieci minuti di ozio. E’ difficile, la mente fa di tutto per divagare, non vuole rimanere li’, nuda, davanti a quesiti pesanti come macigni. Dieci minuti sembrano un’eternita’. Ma piano piano sto imparando ad accettare le mie emozioni, negative o positive, compresa la mia mancanza di concentrazione, le mie distrazioni, le mie debolezze, la mia iperattività. E man mano abbasso la guardia, le risposte affiorano, per ora siamo alla punta dell’iceberg, vi terro’ aggiornati. 

Sapete che mi piace paragonarmi alla vite, a questa pianta meravigliosa dai comportamenti cosi’ umani per certi versi: chi la coltiva sa quanto sia vitale per la vite la potatura, anche e soprattutto, nella fase di crescita. Lei, la pianta di vite, prende tutti gli stimoli e i nutrienti che puo’ e sviluppa tantissimi viticci (quei riccioli verdi che si arrotolano sui fili di ferro e che possono diventare tralci lignei in futuro, se non eliminati), si espande il piu’ possibile in lungo e in largo. Ma il viticoltore sa che deve tagliare la maggior parte di questi viticci e tralci per dare la possibilità alla pianta di portare frutti e di farli maturare perfettamente. La fronda non puo’ essere troppo rigogliosa perche’ impedirebbe al sole di far maturare i grappoli e la pianta disperderebbe tante energie per tenere in vita tralci e viticci senza frutti. Il viticoltore, tagliando cio’ che non serve, incanala l’energia per un risultato ottimale e la vite ne beneficia, cresce sana, ottimizza le sue risorse e lo ripaga con dell’uva di prima classe.

Lo stesso succede a noi: le nostre energie vengono disperse in una miriade di stimoli, la nostra mente viene sovraccaricata di informazioni, compiti e attività ludiche, dove trovare quindi le forze per coltivare l’essenziale? Forse, mi sono detta, piu’ che pulire i cassetti e l’archivio del pc, dovrei tagliare i miei rami senza frutto, avere il coraggio di svuotare la mia mente e il mio cuore e guardare che cosa c’e’ dentro, scegliendo attentamente i tralci da coltivare perche’ tornino a fiorire. Ed eliminare tutto il resto. 

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